Troppo spesso vedo una situazione che non posso più tacere indignata per la facilità con cui i nostri bambini vengono giudicati e “torturati” psicologicamente. E non sto esagerando! Perché la tortura non è solo quella fisica, ma anche e ai nostri giorni soprattutto, quella psicologica.
Viviamo in una società molto superficiale, dove i tempi frenetici e la poca pazienza che abbiamo nei confronti dei nostri bambini e delle nostre bambine, ci spingono a conclusioni affrettate sulle loro potenzialità e capacità cognitive, purché ci sollevino dall’incombenza di seguirli negli studi.
Troppo spesso i genitori portano inconsapevolmente i loro figli ad essere emotivamente avviliti, psicologicamente affranti, demotivati e senza più la minima autostima di se stessi.
Arrivano a forme che sfiorano il delirio egoistico dicendo che il loro bambino o la loro bambina ha difficoltà nello studio; che piange perché non vuole studiare; che non vuole andare a scuola e che l’insegnante gli ha detto che sicuramente ha qualche problema cognitivo, con estrema facilità vengono sottoposti a percorsi con il logopedista e il più delle volte, il medico, gli ha certificato un ritardo nell’apprendimento.
Ma sapete una cosa? Nel 99% dei casi, il bambino o la bambina non ha niente, recuperando nel giro di un anno scolastico tutte le carenze!
Come reagiscono i nostri figli a tutte queste chiacchiere non vere sulla loro capacità di apprendimento. Cei siamo mai chiesti cosa provano? Come stanno? Cosa pensano di tutte quelle ricerche mediche e quelle esercitazioni alienanti, ai quali vengono sottoposti anche solo perché hanno una pessima scrittura? Anche io come la pedagogista Dr. Tiziana Cristofari
credo che i nostri figli pensano di essere inferiori, di essere diversi, stupidi, non capaci come i loro compagni di classe. E la loro psiche lentamente cambia e diventa brutta. Perdono la loro autostima, diventano tristi, paurosi e a scuola non rendono più, non si sentono capaci e si convincono di non riuscire negli studi; dentro di loro si domandano perché devono continuare a studiare; perché devono andare a scuola, a cosa serve… perché la scuola non brucia!
Anche io come lei afferma sono molto indignata! con insegnanti impreparati nella didattica che si sentono in diritto di diagnosticare senza averne la competenza.
Sono molto indignata! con l'approfittare dei medici psichiatri che devono trovare necessariamente un’anomalia in un bambino che ha solo bisogno di essere rispettato nei suoi tempi di apprendimento, mentre la loro diagnosi è basata su statistiche (vi ricordo che Albert Einstein ha mostrato la sua genialità solo all’università, risultando terribilmente carente in tutti i precedenti corsi di studi, soprattutto in matematica; e nonostante oggi si dica che fosse dislessico, niente e nessuno allora, fortunatamente, gli ha impedito di credere in se stesso e di diventare ciò che tutti noi conosciamo). Vogliamo parlare dei logopedisti? Che uccidono il pensiero del bambino tediandolo con tanti esercizietti che allontanano sempre più il piccolo dalla scuola? E tutto questo pur di non ammettere che quel paziente non ha bisogno del loro aiuto, ma solo di una efficace didattica che loro ignorano completamente.
Ma è tutto un sistema di scarica barile: l’insegnante ai genitori, i genitori al medico, il medico al logopedista e il logopedista sul problema diagnosticato dal medico che purtroppo si può migliorare, ma non curare; e non c’è la cura semplicemente perché non c’è la malattia!
Siamo noi genitori che lo permettiamo! Chespesso non abbiamo la pazienza di ascoltare i nostri figli; che li imbocchiamo come se fossero sempre piccoli, senza svezzarli nel rapporto e nella loro continua e costante crescita di competenze. E questo è un errore grave, molto grave, perché non permettete loro di crescere, di sviluppare indipendenza, di conquistarsi quel pezzettino di mondo a scuola, che solo a loro appartiene. Spesso stanchi e depressi non abbiamo voglia di seguire e capire i cambiamenti che la scuola li costringe a sviluppare, il vero problema potrebbe essere nel rapporto con noi, con la maestra o con i compagni di classe. Perché è così: quasi sempre il problema scolastico ha le sue profonde radici nel rapporto umano.
Allora non distruggiamo la mente e la vitalità dei nostri figli, troviamo il coraggio e l’umiltà di valutare il nostro rapporto, di considerare quello che la maestra ha con nostro figlio o nostra figlia, prima ancora di intraprendere un percorso diagnostico, che in quanto tale, nella mente del bambino, riporta sempre e comunque a una malattia e quindi a una diversità dai compagni di scuola. Ricordiamoci inoltre che oggi, quella che viene comunemente definita dislessia, il più delle volte è un abuso di terminologia e medicalizzazione su bambini sanissimi per questione di business. Non confondiamo le difficoltà didattiche e di rapporto con la scusa della malattia, una malattia che nessuno ha organicamente riscontrato e che si basa solo su statistiche. Eviteremo così di crescere bambini insicuri, ribelli, aggressivi, svogliati, tristi, spaventati e senza autostima.
27 Febbraio: Giornata Internazionale della Lentezza
FRETTA E LENTEZZA “Chi va piano va sano e va lontano”, un po’ di calma e una giusta andatura danno al tuo viaggio una meta sicura. Sappi attendere, abbi molta pazienza, procedi cauto sin dalla partenza, e guarda sempre dove metti i piedi, puoi non trovarti poi dove tu credi. Per troppa fretta, sai, può capitare di stare fermi e creder di avanzare; a volte stare indietro può esser producente, ti fa veder dove sbatte chi corre ciecamente e da lontano sarà più ampia la tua vista, meglio vedrai qual è la giusta pista. Ad ogni cosa dedica il tempo giusto, pensa e rifletti prima di ogni azione, a volte si fa solo un gran trambusto se si è affrettati nella decisione. Lentezza spesso non è stupidità e troppa fretta non è velocità. Se vuoi esser veloce, vai avanti lentamente per non fermarti così continuamente a riparare i danni che son la conseguenza di chi ha avuto troppa fretta sin dalla partenza.
di Germana Bruno
Sapremo ritrovare tempi naturali? Sapremo attendere una lettera?
Sapremo piantare una ghianda o una castagna sapendo che saranno i nostri pronipoti a vederne la maestosità secolare?
Sapremo aspettare?
Vedi libro LA PEDAGOGIA DELLA LUMACA edito nella collana Mondialità, dalla Casa editrice EMI di Bologna.
La pedagogista Dr. Tiziana Cristofarisi cerca di intraprendere un nuovo cammino educativo. Rivolgendosi con il suo sito ai genitori, insegnanti, educatori (e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola e della educazione) cominciamo a "riflettere insieme" sul senso del nostro tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento.
Christoph Baker nella sua prefazione al libro scrive: Noi esseri umani non siamo più importanti di una farfalla, di una spiga di grano, di un sasso levigato dal torrente o di un tramonto sontuoso al largo dell’Isola del Giglio... Come è nobile la lumaca che ci insegna, grazie alle belle pagine di questo libro, che lento è bello!
La nostra scuola, riflettendo le tendenze di buona parte della società umana, è centrata sul mito della velocità, del “fare presto”, dell’accelerazione. Ho preso coscienza di quest’amara realtà in due occasioni. La prima è stata quando la mia compagna (oggi mia moglie) Stefania mi regalò il libro di Christoph Baker, Ozio, lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita più conviviale (EMI, Bologna edizione 2006). Trovai in terza pagina una dedica scritta da lei: “Ozia insieme a me… e scoprirai un mondo nuovo, fatto di piccole ma intense emozioni.”.Il libro di Baker mi ha letteralmente fulminato. È un vero e proprio manuale di pedagogia con spunti didattici, per chiunque voglia avventurarsi nell’affascinante mondo della scuola, fatta d’idee e teorie (la pedagogia) e di pratica quotidiana (la didattica). La seconda occasione me l’ha offerta poco tempo dopo la madre di una ragazzina che venne a trovarmi in presidenza. Parlando dell’esperienza scolastica che stava vivendo la figlia, da pochi mesi in prima media, disse: “Sa preside, l’altro giorno mia figlia mi ha detto: ‘Mamma, gli insegnanti ci dicono sempre che dobbiamo sbrigarci, che non possiamo perdere tempo perché dobbiamo andare avanti. Ma mamma, dove dobbiamo andare? Ma avanti dove?’”. Da quel preciso istante ho iniziato a pormi delle domande. Mi sono chiesto: >Dobbiamo davvero correre a scuola?
Siamo sicuri che questa sia la strategia migliore?
Dobbiamo per forza assecondare una società che c’impone la fretta a tutti i costi?”.
Ho ripensato alla mia esperienza, alle mie origini. Io sono nato, cresciuto e vissuto sempre in una famiglia contadina. La vita di campagna è legata alla natura, a un tempo ciclico, fatto di semine, attese e raccolti. Un tempo scandito dalle quattro stagioni.Ho riflettuto ripensando alle mie letture giovanili (don Milani, Carlo Doglio, Ivan Illich, Erich Fromm, Marcello Bernardi, Ernst Friedrich Schumacher, Giannozzo Pucci, Giuseppe Lanza del Vasto, Massimo Fini) e leggendo testi dedicati interamente al rapporto che l’uomo ha con il tempo. Mi hanno aiutato in questa riflessione Jeremy Rifkin e il suoLe guerre del tempo (Bompiani, Milano 1989) in cui si parla del cambiamento dell’idea di tempo nel corso della storia e David Le Breton conIl mondo a piedi. Elogio della marcia(Feltrinelli, Milano 2001), una riflessione sull’importanza del camminare. E poi naturalmente il citato Christoph Baker che analizza la società occidentale e la definisce: “Un sistema basato sul profitto e sul consumo (…) che finiscono per essere gli unici scopi della vita degli uomini”.
L'OZIO COME STILE DI VITA - La letteratura sul tema della lentezza e del decelerare si sta notevolmente ampliando in questi anni. Fra le riflessioni più interessanti cito quelle di Tom Hodgkinson di cui desidero ricordare due saggi: L’ozio come stile di vita e La libertà come stile di vita; sono due veri capolavori a supporto della “filosofia della lentezza”. La tesi di fondo di Tom Hodgkinson è quella di affermare che in una società basata sul fare, sull’efficientismo, sul mercato globale e sulla velocità, la maniera per essere veri rivoluzionari èoziare e rallentare, far da sé e produrre localmente, perder tempo. Perdere tempo è un vero peccato capitale in un sistema sociale incentrato sul profitto ad ogni costo, è legato invece a una società basata sui ritmi ciclici, a uno stile unito alla natura, al lavoro che l’uomo svolge per produrre il suo sostentamento. L’idea del “perdere tempo”, dell’attendere pazientemente che un ciclo si compia, è caratteristica del lavoro contadino, della terra e della campagna. A ben pensare nel lavoro dei campi non esistono pause che non siano feconde, iltempo persoin realtà è un tempo biologicamente necessario, che si riempie spesso di attività di preparazione a eventi ciclici come sono i raccolti o le semine. Mentre la velocità è legata a tempi lineari, a una produzione industriale centrata sull’usa e getta, a un modello di società che consuma e che non si preoccupa di far rientrare entro cicli naturali beni, energie, materie prime e persone. È un “tempo-freccia”, privo d’attese.
Tutto questo incide indelebilmente sull’educazione, sulla formazione delle persone e sull’organizzazione della scuola. Un approfondimento significativo su questo tema è stato presentato nel 2002 dal Gruppo Educhiamoci alla Pace (GEP) di Bari, durante un corso di formazione residenziale sul tema “In compagnia di ozio, lentezza e poesia”. Nel volantino di presentazione alla voce “cosa faremo” si leggeva: “Disegneremo, scriveremo con l’inchiostro e il pennino poesie, frasi, riflessioni. Cercheremo di ‘poetare’ in lingua locale. Porteremo in tasca un coltellino per costruirci fischietti, per fare piccoli giochi. E poi cammineremo... ci divertiremo e... ci riposeremo”. Per alcuni giorni abbiamo lavorato, abbiamo riflettuto e ci siamo confrontati sul bisogno e sulla necessità didattica di “rallentare” e di “fare scuola più lentamente”. Così abbiamo rilevato la necessità di proporre, in questi tempi, un nuovo modello pedagogico che in maniera metaforica abbiamo chiamatola pedagogia della lumaca. Questo modello pedagogico o, ancor meglio, questi suggerimenti di carattere educativo, nascono da una riflessione su come viviamo il tempo scolastico in relazione ai ritmi della società.
“È qualcosa di molto simile – come mi ha suggerito Edoardo Martinelli nel suo recente libro Don Lorenzo Milani. Dal motivo occasionale al motivo profondo (SEF, Firenze 2007) – allo scholédi Platone nel Timeo: scholè è il tempo che trascorre senza assillo, non soggetto alle angosce della necessità, porta in sé l’idea dell’indugio, dell’ozio, della lentezza. La parola è sinonimo di applicazione, studio e, quindi, di scuola, anche se il terminescholasticos aveva in greco un’accezione negativa, come a indicare chi perde tempo”.
STRATEGIE DIDATTICHE DI RALLENTAMENTO - Si tratta quindi di “perdere il tempo” all’interno della scuola, ovvero di scovare le diverse strategie didattiche utili a rallentare. L’opera concreta è quella di ribaltare alcune pratiche educative e didattiche che ormai per inerzia sono entrate nelle consuetudini delle scuole. Di conseguenza diviene indispensabile proporne di nuove, che forse per alcuni sembreranno vecchie o già poste negli archivi del passato.
1. Perdere tempo a parlare. C’è una fase, di solito l’inizio del primo anno di un nuovo ciclo scolastico, in cui tutto il tempo perso a parlare e ad ascoltare i ragazzi nelle loro storie personali è preziosissimo. È il tempo della scoperta, della conoscenza dei vissuti personali, dell’elaborazione di buone regole comuni del vivere insieme. Perdere tempo senza “fare il programma” (uno dei principali motivi d’ansia dei nostri insegnanti) non è di certoperdere tempo. Ci sarebbe molto da riflettere, a tal proposito, su tutte quelle attività di cosiddetta continuità fra i diversi gradi di scuola… se poi non perdiamo tempo a conoscere i nostri ragazzi!
2. Ritornare alla cannetta e al pennino. Qui si parla di penna stilografica, di cannetta, pennino e inchiostro. È l’arte della calligrafia, dello scrivere bene, della bella scrittura. Nell’era del computer si tratta anche di sperimentare la tecnica dell’inchiostro e del pennino. Ecco alcune riflessioni che sono emerse sull’uso del pennino durante un corso organizzato per adulti:
il pennino ci ha riportati indietro nel tempo;
3. Passeggiare, camminare, muoversi a piedi. È la prima e indispensabile maniera per vivere in un territorio, per conoscerlo bene e a fondo nelle sue vicende storiche e geografiche.
Farlo insieme, con tutti i compagni della classe, permette di vivere emozioni, volgere lo sguardo su particolari mai visti dall’abitacolo delle nostre veloci automobili, sentire gli odori, provare sensazioni che creano legami. Per questo sarebbe davvero importante incominciare (o ricominciare) a fare gite a piedi.
4. Disegnare anziché fotocopiare. La fotocopia è la grande maledizione delle nostre scuole. Oggi si fotocopia tutto. Abbiamo la mania di riprodurre tutto con una fotocopia e “darlo da colorare ai nostri ragazzi” oggi diventati espertissimi nel riempire di colore gli spazi di una fotocopia. Bisogna recuperare l’originalità del fare personalmente, con il disegno proprio. Disegnare e creare da soli tavole, schemi e organigrammi. Solo così gli apprendimenti saranno nostri.
5. Guardare le nuvole nel cielo e guardare fuori dalla finestra. Conosco una maestra che porta spesso i ragazzi della propria classe nel prato davanti a scuola. Nelle giornate nuvolose e di vento, li fa sdraiare per terra e guardare le nuvole nel cielo, immaginandone forme e movimenti. È scuola questa? Si è scuola, una eccezionale scuola di poesia.
6. Scrivere lettere e cartoline vere, usandole come mezzo artistico. Nell’era della posta elettronica provo un senso di disagio quando ricevo gli auguri di Natale con una lettera di posta elettronica indirizzata ad altre 150 persone (l’indirizzario personale di chi scrive). Si fa prima e non si perde tempo: questa è la motivazione. Non c’è nulla di più spersonalizzante. Che bello, invece, ricevere e scrivere una cartolina, una lettera singola, un biglietto personalizzato. In occasione delle feste e delle ricorrenze, anziché i classici regalini (gadget o piccoli giocattoli spesso inutili) proponiamo ai nostri studenti di scrivere, ad esempio, cartoline ispirandoci al movimento artistico della cosiddetta “arte postale”. L’arte postale (in inglese mail art) è l’arte che usa il servizio postale come mezzo.
Non prendersi troppo sul serio - Ci sono due temi, apparentemente contrapposti, che spesso evitiamo di affrontare a scuola:
l’importanza di ridere a scuola e il tema della morte. Nella mia esperienza di studente ho il ricordo di una scuola per alcuni aspetti rigida. A scuola non si poteva fischiare e questa è una delle tante cose che ci hanno impedito di percepire la scuola come un luogo dove ci si potesse divertire. Per me, bambino di campagna, il divieto di fischiare era una cosa inconcepibile.
Poi ho imparato a fischiare molto bene, per caso, nei corridoi al liceo. Credo invece di aver imparato quanto sia importante ridere anche dalla mia esperienza professionale d’insegnante. Ricordo Giorgia, una bambina di 4 anni, che dopo sei ore trascorse insieme alla scuola materna, mentre uscivo dopo il primo turno, mi guarda dall’alto delle scale e mi chiede: “Ma adesso maestro dove vai? A lavorare?”. Stavo vivendo l’esperienza da maestro con piacere e quindi nessuno di loro aveva capito che quello era il mio lavoro. Mi resi conto in quel momento di quanto importante fosse appassionarsi, vivere con gusto e con piacere quell’esperienza.
Saper ridere insieme delle cose semplici, banali e difficili - Ho chiesto ad amici e colleghi insegnanti di parlarmi dell’esperienza del ridere a scuola. Ho scoperto che, come la scuola, anche il ridere è un fatto sociale. Infatti è difficilissimo ridere da soli. Non so chi di noi riesca a ridere da solo. La risata è un fatto collettivo, comunitario. Ma è tanto importante ridere con gli altri quant’è importante non ridere degli altri. Un conto è il riso e un conto è la derisione. Ridere degli
altri presuppone, di fatto, una vittima. Qualcuno mi diceva quanto sia brutto quando dei bambini deridono un altro bambino. Possiamo anche dire che questo fa parte del gioco dell’essere bambini ma quando è l’adulto, l’insegnante a deridere un
minore diventa un’azione tremenda. È un momento che segna in maniera molto profonda il vissuto di un allievo. Se un falegname si fa male, si taglia un dito, ma quando un insegnante sbaglia, quando ferisce, le conseguenze ricadono sulla pelle di uno o più studenti, persone che forse porteranno quella ferita interiore per tutta la vita.
L’errore creativo - La comicità è un fatto istintivo, mentre l’umorismo è più un’elaborazione intellettuale. La comicità nasce da un fatto immediato, talvolta banale: tu vedi una buccia di banana, c’è una persona che sta per passare, sai che se mette il piede lì probabilmente cade, mette il piede, cade e tu ridi, anche se sapevi tutto questo fin dall’inizio. È la comicità dei film comici, mentre l’umorismo è un’elaborazione culturale. C’è chi afferma che tra tutti i comportamenti umani, l’umorismo è probabilmente il più ricco. Ciò che avvertiamo è una gioia pura, un vero piacere. L’umorismo oltre a queste manifestazioni fisiologiche contiene in sé tutta la ricchezza della psicologia umana, comprende aspetti intellettuali, emotivi, sociali e fisiologici. Nella tradizione popolare esistono detti a tal proposito. Ad esempio: “Il riso fa buon sangue”, oppure “ogni risata toglie un chiodo dalla bara”. Qui si apre tutto il discorso della risata terapeutica che è stato rilanciato in grande stile dal film Patch Adams. Un altro aspetto interessante è che in questo tempo in cui si brevetta ormai tutto, molto spesso sia la comicità sia l’umorismo non abbiano copyright. La barzelletta nasce probabilmente dal popolo, e molto spesso non si sa chi l’abbia inventata.
Qualcuno ha definito l’umorismo l’arma dei disarmati. Pensiamo a quei due capolavori che sono i film La vita è bella e Il treno della vita, dove la rappresentazione tragica di un’esperienza nel campo di concentramento o della deportazione delle minoranze etniche in periodo nazista, sono vissute con l’arma dell’umorismo: una strategia che potremmo
definire la nonviolenza del ridere.
Le occasioni per ridere, a partire dal teatro - Gli insegnanti dovrebbero anche a scuola favorire (oltre a un atteggiamento di fondo) occasioni per ridere. Una è sicuramente offerta dal teatro, in particolare il teatro dei burattini, il teatro in generale e il teatro comico. Io non amo particolarmente la televisione, e nella mia infanzia è arrivata molto tardi ma credo che Le comiche
o i film di Stanlio e Ollio siano esperienze fortemente educative. Forse varrebbe la pena rilanciarle a scuola magari attraverso un cineforum di film comici. Ridere serve per guarire, ma anche per apprendere meglio. Non c’è apprendimento se
non c’è motivazione; non c’è motivazione ad apprendere se non c’è il piacere e la gioia di apprendere. Ecco qui che viene rimesso in campo il discorso delle emozioni, della passione, del gusto per le cose. E torna un aspetto importante: come per il
riso e per il gioco anche l’apprendimento è un fatto relazionale. Qualcuno dice: “L’umorismo fa fare le capriole all’intelligenza e guardatevi dalle persone che non hanno il senso dell’umorismo”. Mi ha stupito molto scoprire che uno dei fautori dell’umorismo è stato papa Giovanni XXIII. Raccontano che dopo i primi tempi del suo pontificato, durante i quali stava veramente prendendosi troppo sul serio, in un sogno ebbe una sorta d’invito a cambiare. Adriano Ippolito che è stato vescovo a Rio de Janeiro dice: Lo humor è un dono della natura, ma è anche un fatto dello Spirito Santo e delle virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. Chi è provvisto di humor guarda in modo rilassato il mondo, la gente e i fatti ed è in grado di ridere tanto degli altri quanto di sé stesso. “Non prenderti troppo sul serio”, pare abbia detto Giovanni XXIII quando l’onus ecclesiarium, l’onere della chiesa, lo opprimeva. I vescovi in genere sono troppo seri e privi di humor. L’empatia, è il fatto di vivere in maniera piacevole il rapporto con gli altri. Come educatori non ci resta che l’ottimismo, così come chi fa del nuoto per praticarlo ha bisogno di un ambiente liquido. Chi non vuole bagnarsi deve abbandonare il nuoto, chi prova repulsione per l’ottimismo deve lasciar perdere l’insegnamento senza pretendere di pensare in che cosa consista l’educazione, perché educare è credere nella perfettibilità umana, nell’innata capacità di apprendere e nel suo intrinseco desiderio di sapere, nel fatto che ci sono cose, simboli, tecniche, valori, memorie e fatti che possono essere conosciute e meritano di esserle e che noi uomini possiamo migliorarci vicendevolmente per mezzo della conoscenza. Di tutte queste convinzioni ottimistiche si può ben diffidare in privato, ma nel momento in cui si cerca di educare o di capire in che cosa consista l’educazione non resta che accettarle.
Con autentico pessimismo si può scrivere contro l’istruzione ma l’ottimismo è imprescindibile per potervisi dedicare ed esercitarla. I pessimisti possono essere bravi domatori ma non bravi maestri. (F. Savater A MIA MADRE, MIA PRIMA MAESTRA).
Aggiungo, inoltre che chi non ha la capacità di sorridere, di ridere, non può essere un bravo maestro, un bravo educatore.La differenza di indirizzo dei nostri corsi non è data da programmi diversi, ma dalla diversa formazione già acquisita dallo studente. Questo perché il nostro principale interesse è quello di compensare carenze pedagogiche, psicologiche, antropologiche, sociali, affettive e relazionali presenti nei curriculum ufficiali della nostra scuola e università e di assicurare e certificare le competenze di chi decide di occuparsi dei bambini con o senza titoli di studio idonei a certificarli (per quest'ultimi almeno fintanto che la normativa lo consente).
Sono d'accordo su tutto. Come mamma avrò già commesso mille mila errori, mi ritengo la prima imperfetta del sistema... però credo anche che sia la società che la scuola vogliano bambini "fotocopia" e non sappiano accettare i tempi diversi di ognuno di loro. L'ho visto accadere in prima persona, ed è di una tristezza allucinante. Se un bimbo non rientra in determinati schemi e non raggiunge determinate tappe di sviluppo/apprendimento nei tempi scritti su un cavolo di libro scatta il problema. scattano parolone come neuropsichiatra, foniatra, logopedista e via dicendo. I primi ad avere paura siamo noi genitori.... figuriamoci cosa provano i nostri bambini!
Oggigiorno l'individuo è smarrito, frantumato e il terreno gli manca sotto i piedi.
Perché è cambiata la scuola oggi? Se è cambiata, com’è e quanto è cambiata?
Due modelli messi a confronto. Ex-cursus storico della scuola.
Innanzitutto è avvenuto un cambiamento epocale, iniziato circa 60 anni fa, che ha profondamente mutato la società e di conseguenza anche la scuola: il mutamento antropologico. Questo cambiamento epocale, spiega il relatore, ha interessato soprattutto la scuola negli ultimi 20/30 anni, come agenzia di socializzazione.
Che cos’è il mutamento antropologico?
“Mutamento” vuol dire “cambiamento” e “antropologico” dal greco ἄνϑρωπος significa “uomo”. Un cambiamento così profondo dell’uomo non si era mai verificato nella storia prima di quel momento. Come se fosse avvenuto un terremoto che ha spaccato la terra al suo interno, tutto ciò che prima era certo e assodato è diventato incerto e complicato.
Come funzionava la scuola nel mondo di ieri?
Il modello di scuola era basato l’informazione-formazione ed ha retto discretamente per diverso tempo nel villaggio-mondo che oggi non esiste più. Si tratta del modello di società precedente a questo in cui la città/il paese/il quartiere era un mondo ed era capace di dare gli ingredienti di base affinché ognuno si potesse forgiare un’identità che sarebbe andata bene per tutta la vita. Si trattava di una società semplice e consistente: la scuola era un organo che faceva parte appunto della società organica. Il sociale riusciva ad intervenire nella vita che veniva alimentato dall’esterno e quindi anche dalla scuola che dava una struttura all’individuo. C’erano poche regole in quella società ma condivise da tutte: laddove non arrivava la scuola, arrivava la famiglia o la Chiesa. La scuola aveva una grande valenza sociale e serviva anche di ascensore sociale. Le informazioni in quella società erano poche e dipendevano dalla gerarchia sociale. L’insegnante era colui che deteneva le informazioni ed era riconosciuto per questo. Questa scuola era formativa-informativa: formava le menti e le persone; la scuola ammaestrava. Questa società non era tuttavia un paradiso perché nel sociale così strutturato e chiuso, vi era una grande sofferenza. Garantiva però molto meno aborti rispetto ad oggi, perché vi era un tessuto sociale che lo impediva.
Secondo il punto di vista del Dr Mariano Loiacono, " Vado piano perchè ho fretta "
oggigiorno l'individuo è smarrito, frantumato e il terreno gli manca sotto i piedi.
Perché è cambiata la scuola oggi? Se è cambiata, com’è e quanto è cambiata?
La società organica garantiva dunque un legame tra i suoi organi che inglobavano gli individui, tramite l'“obbligo-dovere” e le “funzioni-ruolo”. Oggi invece la società si liquefatta e la colla-legame che manteneva il tutto non regge più. Per questo si passa facilmente dal progetto (anello superiore; anello del giorno) al rigetto (anello inferiore, del buio).
Ci ritroviamo spesso di fronte alla contestazione, le dipendenze, le dismaturità, fino alla frantumazione psicotica, addirittura la morte (suicidio/omicidio).
Quali sono dunque le caratteristiche del mondo di oggi che ci ritroviamo a vivere nella scuola?
La società veloce che ci risucchia le energie.
C’è un incessante bombardamento di informazioni.
Da che il mondo era il villaggio/la città in cui nascevo, è il mondo che è diventato un villaggio; le distanze si sono notevolmente accorciate così come i tempi.
La società è diventata evanescente, come dicono i sociologi, perché contingente: tutto è possibile, tutto ed il contrario di tutto; si è persa la consistenza e la concretezza.
La società è complicata e gli individui perdono facilmente il senso di ciò che fanno.
Gli individui non maturano: non hanno più basi solide su cui costruirsi, sono in balia della virtualità che “offre” la società evanescente.
Non vi sono più veri riti sentiti che permettono agli individui di segnare i passaggi-tappe della propria esistenza. Non hanno più senso i compleanni, le feste di Natale/Pasqua, ecc. ed è una cosa grave.
Come si avverte nelle nostre vite oggi?
Oggi ci poniamo molte domande: “Ho detto la cosa giusta”? “Insegno nel modo giusto”? “Sono sulla strada giusta”? Dipende!
Tutto questo mutamento antropologico a cosa ci ha portato? A perdere il senso e questo lo avvertono tutti: i docenti dal di dentro del sistema scolastico, le famiglie... Eppure abbiamo tante conoscenze, tanti saperi, ma questo non aiuta i giovani a strutturarsi, tanto è vero che oggi si scoppia all’Università.
E’ tutto più complicato persino nei rapporti: intrisi di ambivalenza, diffidenza e senso di solitudine. La conflittualità è all’ordine del giorno: in casa, al lavoro, a scuola... Se tra di noi manca una reale integrazione, come pensiamo di far sì che i nostri alunni stranieri possano sentirsi integrati nelle loro classi? Oggi l’integrazione va fatta nelle case, tra famiglie dello stesso quartiere! Oggi la diversità, la viviamo in famiglia, ma questo non ci deve spaventare perché è fonte di ricchezza.
Questo terremoto ha generato diverse forme di disagio all’interno dell’Istituzione scolastica: bullismo, perdita di collegialità, disinteresse, dispersione scolastica, svuotamento della scuola dall’interno.
Questa è l’ipotesi presentata dal Dott. Raffaele Cimetti. Oggi si può parlare di “disagio diffuso”, ossia di manifestazioni svariata di star male che tocca tutti: giovani, adulti, politici, funzionari dello stato. C’è un aumento del burnout e del mobbing: persone che “si bruciano”, non possono più e smarriscono il senso delle cose.
Per staccare e far sedimentare, Raffaele Cimetti ci regala la canzone “Professore” di Renato Zero che ascoltiamo tutti insieme.
https://www.youtube.com/watch?v=EIp4XekGGp8
"Rigore e serietà
belle parole professore
fu facile per te
brandire certe verità
Del tuo sapere poi
non sembra soddisfatto il cuore
riuscire a vivere
è tutta un'altra musica
Non puoi punirmi più
per le mie fughe professore
stanco ora sei
di guerre vinte mai
Pagine bianche noi
poco l'inchiostro giovinezza
trovarsi un alibi
mentre quel tempo c' illudeva
mentiva
nel tuo programma sai
non era inclusa la paura
lo devi ammettere...
non basta solo la cultura...
professore
lo devi ammettere
fuori dal libro è molto dura"!
Quale potrebbe essere la scuola del futuro? C’è una scuola del futuro?
Nella scuola formativa-informativa, la paura non era contemplata come ci fa vedere Renato Zero. Oggi invece la possiamo contemplare: partiamo dalla verità che ci può permettere di creare qualcosa di diverso.
Ma chi ci governa ha realmente tenuto conto dei cambiamenti avvenuti?
No, non lo ha fatto ed è palese. Negli ultimi anni sono state fatte diverse riforme, facendo diventare la scuola un’azienda... Le riforme sono stati tagli mascherati che sono servite a “fare cassa”. I bisogni profondi legati al cambiamento epocale avvenuto non sono minimamente stati presi in considerazione e c’è stata una scarsa considerazione per gli insegnanti ed operatori e di conseguenza da parte dello Stato.
Una scuola diversa è possibile? Se sì, quale e come?
Sì, è possibile nonostante tutto, se si recupera il valore della crisi che non va vista solo come la perdita di certezze, ma come una opportunità. La sfida oggi è quella di riuscire a navigare in mare aperto. Dice lo scrittore francese Marcel Proust:
"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell'avere nuovi occhi".
Dobbiamo guardare il nostro mondo con occhi nuovi perché, essendo profondamente cambiato, non servono più gli occhi di ieri: bisogna cambiare punto di vista! La scuola di oggi deve trovare il coraggiare di adottare "nuovi strumenti ottici" per gestire le dinamiche caotiche che si vivono in classe senza ricorrere per forza agli psicologi e ai medici. Oggi in effetti dovremmo superare il tabù del "Chi me lo fa fare? Mi compete"? Dobbiamo riappropriarci delle competenze umane e non leggere le dinamiche più caotiche in termine di "malattia". Bisogna osare e sentirci responsabili; non possiamo solo delegare.
Quale potrebbe essere la scuola del futuro?
Il termine "scuola" viene dal greco σχολή (scholé) che significa "ozio", ossia riposo, agio, rallentare e quindi creare una realtà devota capace in un mondo veloce di ascoltare. Non dobbiamo avere paura di perdere tempo; non dobbiamo temere di non finire il programma: non dobbiamo mettere al primo piano le informazioni, ma le emozioni dell'individuo. Alla base di tutto c'è il rapporto con me stesso.
Piramide del Sarvas
Non dobbiamo aspettarci strumenti che provengono dall'alto per metterci in ascolto dei bambini e adolescenti che si trovano nelle nostre classi. Attrezziamoci noi. Per fare questo, le scuole devono saper mettersi in discussione. Altrimenti torniamo al vecchio modello, in cui non si poteva uscire dagli schemi. La critica è un aspetto positivo. Una scuola del mondo globalizzato deve saper trarre linfa dalle persone e dalle singole specificità.
Una scuola nuova ha la capacità di fare teoria per custodire una vera memoria storica del fenomeno vivo. La scuola diventa un laboratorio di vita nel quale si creano degli intrecci continui e modificabili. Non perde la parte formativa questo tipo di scuola: l'acquisisce addirittura; diventa una scuola-comunità. E' importante aprire le scuole al territorio per creare un nuovo tessuto.
Una proposta concreta: il Cerchio magico del G.E.I.P.E.G.
Questa è una testimonianza della presidente dell' Assoc. Alla Salute Sicilia Dr. Ekaterina Motta operatrice del metodo del Prof. M. Loiacono : .Ed è con qsto respiro - che ancora dentro mi ha riportata in quei giorni - che mi piace concludere questo post… ringraziando Cindy per essersi fidata di me… di me che in queste cose così nuove per me… mi affidavo solo che al fascino del nuovo in cui mi sentivo andare incontro. La ringrazio perchè mi ha fatto sentire libera di osare… e di ri-conoscermi… in queste terre nuove… che fino a qualche anno fa erano annebbiate da un odio per i bimbi che non avevo nemmeno paura di riconoscere e far sapere: odio che amavo più dell’amore.
Non nascondo che ritornare in quella scuola mi ha permesso anche di riprendere quella Catrin del 2006… che ebbe l’onore, grazie all’osare di Sandra e Raffaele, di assistere e di com-partecipare alle prime sperimentazioni dei Cerchi Magici… nelle Scuole Medie.
E l’importanza di quelle difficoltà iniziali, nei Cerchi Magici di adesso, ora io me la gustavo… e le assaggiavo come il frutto di una saggezza finalmente arrivata a una maturazione sempre più condivisibile e adatta ai bisogni dei ragazzi di oggi. Bisogni che rispetto al 2006 – ho notato essere – sempre più aperti e pronti e assetati di una condivisione che vada oltre al viversi la scuola solo come un supermercato di voti. Il tutto da un punto di vista antropologico ha voluto significare quanto ormai i tempi sono sempre più pronti per farsi aprire dagli spazi come questi che ricrea un Cerchio magico che sento essere un compromesso fra la umanizzazione, la alfabetizzazione delle emozioni e la didattica… e la formazione… che vuole dare-forma a più piani della personalità… e sin da un’età seppur caotica, anche più bisognosa di questa molteplicità di in-segna-menti.
E mi sento ulteriormente onorata se… la mia presenza in questi due Cerchi magici, abbia potuto significare per Cindy… viversi un passaggio di co-conduzione… e di ulteriore crescita… che ciclicamente ha bisogno di esser rinvigorita da nuove e esterne presenza… come il senso del mio esserci e quello delle future presenze degli altri… spero sia arrivato.
Ringrazio infine la Prof.ssa C. C. che si è affidata a noi (cosa mai scontata negli ambiti istituzionali) a noi che ci eravamo affidati al fidarsi di questi bimbi-ragazzi. Ragazzi un po’ bimbi, un po’ già adulti… che a volte insegnano più di tutti i libri che a loro tocca studiare… e più di tutti gli insegnanti che a loro ogni giorno tocca ascoltare. A volte.
è,kA
La società organica garantiva dunque un legame tra i suoi organi che inglobavano gli individui, tramite l'“obbligo-dovere” e le “funzioni-ruolo”. Oggi invece la società si liquefatta e la colla-legame che manteneva il tutto non regge più. Per questo si passa facilmente dal progetto (anello superiore; anello del giorno) al rigetto (anello inferiore, del buio).
Ci ritroviamo spesso di fronte alla contestazione, le dipendenze, le dismaturità, fino alla frantumazione psicotica, addirittura la morte (suicidio/omicidio).
Quali sono dunque le caratteristiche del mondo di oggi che ci ritroviamo a vivere nella scuola?
La società veloce che ci risucchia le energie.
C’è un incessante bombardamento di informazioni.
Da che il mondo era il villaggio/la città in cui nascevo, è il mondo che è diventato un villaggio; le distanze si sono notevolmente accorciate così come i tempi.
La società è diventata evanescente, come dicono i sociologi, perché contingente: tutto è possibile, tutto ed il contrario di tutto; si è persa la consistenza e la concretezza.
La società è complicata e gli individui perdono facilmente il senso di ciò che fanno.
Gli individui non maturano: non hanno più basi solide su cui costruirsi, sono in balia della virtualità che “offre” la società evanescente.
Non vi sono più veri riti sentiti che permettono agli individui di segnare i passaggi-tappe della propria esistenza. Non hanno più senso i compleanni, le feste di Natale/Pasqua, ecc. ed è una cosa grave.
Come si avverte nelle nostre vite oggi?
Oggi ci poniamo molte domande: “Ho detto la cosa giusta”? “Insegno nel modo giusto”? “Sono sulla strada giusta”? Dipende!
Tutto questo mutamento antropologico a cosa ci ha portato? A perdere il senso e questo lo avvertono tutti: i docenti dal di dentro del sistema scolastico, le famiglie... Eppure abbiamo tante conoscenze, tanti saperi, ma questo non aiuta i giovani a strutturarsi, tanto è vero che oggi si scoppia all’Università.
E’ tutto più complicato persino nei rapporti: intrisi di ambivalenza, diffidenza e senso di solitudine. La conflittualità è all’ordine del giorno: in casa, al lavoro, a scuola... Se tra di noi manca una reale integrazione, come pensiamo di far sì che i nostri alunni stranieri possano sentirsi integrati nelle loro classi? Oggi l’integrazione va fatta nelle case, tra famiglie dello stesso quartiere! Oggi la diversità, la viviamo in famiglia, ma questo non ci deve spaventare perché è fonte di ricchezza.
Questo terremoto ha generato diverse forme di disagio all’interno dell’Istituzione scolastica: bullismo, perdita di collegialità, disinteresse, dispersione scolastica, svuotamento della scuola dall’interno. Questa è l’ipotesi presentata dal Dott. Raffaele Cimetti. Oggi si può parlare di “disagio diffuso”, ossia di manifestazioni svariata di star male che tocca tutti: giovani, adulti, politici, funzionari dello stato. C’è un aumento del burnout e del mobbing: persone che “si bruciano”, non possono più e smarriscono il senso delle cose.
Per staccare e far sedimentare, Raffaele ci regala la canzone “Professore” di Renato Zero che ascoltiamo tutti insieme.
Da bambino ho vissuto quattro bellissimi anni di elementare in una pluriclasse mista in campagna, per poi passare in una quinta “maschile” in città in cui ho scoperto l’uso, da parte del maestro, della “bacchetta”. Era l’anno scolastico 1967/68. Una scuola media praticamente senza ricordi, se non la memoria di una professoressa d’italiano che ha posto le premesse per farmi odiare per tanti anni tutto quello che è romanzo, poesia o letteratura in genere. Liceo scientifico ricco di stimoli “sociopolitici” con un professore di filosofia “apertissimo alle nostre domande”. Infine un ottimo finale all’università di Bologna, con il professor Carlo Doglio, vero “tutor” per noi laureandi in periodo di tesi. Dopo la laurea, il professore voleva che i suoi neolaureati facessero della loro tesi argomento per una lezione universitaria ai suoi studenti. Un rinforzo incredibile, un’iniezione di fiducia.
https://www.youtube.com/watch?v=e7LcQytWf0M
Figlio chi t'insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle?
Chi t'indicherà le luci dalla riva?
Figlio, quante volte non si arriva!
Chi t'insegnerà a guardare il cielo fino a rimanere senza respiro?
A guardare un quadro per ore e ore fino a avere i brividi dentro il cuore?
Che al di là del torto e la ragione contano soltanto le persone?
Che non basta premere un bottone per un'emozione?
Figlio, figlio, figlio, disperato giglio, giglio, giglio
luce di purissimo smeriglio, corro nel tuo cuore e non ti piglio
dimmi dove ti assomiglio figlio, figlio, figlio
soffocato giglio, giglio, giglio, figlio della rabbia e dell'imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
disperato figlio, figlio, figlio.
Figlio chi si è preso il tuo domani?
Quelli che hanno il mondo nelle mani.
Figlio, chi ha cambiato il tuo sorriso?
Quelli che oggi vanno in paradiso.
Chi ti ha messo questo freddo nel cuore?
Una madre col suo poco amore.
Chi l'ha mantenuto questo freddo in cuore?
Una madre col suo troppo amore.
Figlio, chi ti ha tolto il sentimento?
Non so di che parli, non lo sento.
Cosa sta passando per la tua mente?
Che non credo a niente.
Figlio, figlio, figlio, disperato giglio, giglio, giglio
luce di purissimo smeriglio, corro nel tuo cuore e non ti piglio
dimmi dove ti assomiglio figlio, figlio, figlio
spaventato giglio, giglio, giglio, figlio della rabbia e dell'imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
disperato figlio, figlio, figlio.
Figlio, qui la notte è molto scura,
non sei mica il primo ad aver paura;
non sei mica il solo a nuotare sotto
tutte due ci abbiamo il culo rotto:
non ci sono regole molto chiare,
tiro quasi sempre ad indovinare;
figlio, questo nodo ci lega al mondo:
devo dirti no e tu andarmi contro, tu che hai l'infinito nella mano
io che rendo nobile il primo piano;
figlio so che devi colpirmi a morte e colpire forte.
Figlio, figlio, figlio, disperato giglio, giglio, giglio
luce di purissimo smeriglio, corro nel tuo cuore e non ti piglio
dimmi dove ti assomiglio figlio, figlio, figlio
calpestato giglio, giglio, giglio, figlio della rabbia e dell'imbroglio,
figlio della noia e lo sbadiglio,
adorato figlio, figlio, figlio.
Dimmi, dimmi, dimmi cosa ne sarà di te?
Dimmi, dimmi, dimmi cosa ne sarà di te?
Dimmi cosa, dimmi cosa ne sarà di me?
https://www.youtube.com/watch?v=e7LcQytWf0M
OGNI INSEGNANTE DOVREBBE AVERE UNA PROPRIA “IDEA DI SCUOLA” - Nel ripensare alla mia esperienza scolastica, aggiungerei che tutti noi che lavoriamo quotidianamente nella scuola, dovremmo avere una ”nostra idea” di scuola. Unascuola ideale che ogni giorno confrontiamo e mediamo con lascuola reale, quella in cui ci troviamo a lavorare, insieme a bidelli, segreterie, docenti, studenti, amministratori, colleghi e famiglie. Dopo ventotto anni di lavoro nella scuola (prima come maestro poi come direttore didattico – preside – dirigente scolastico), ho “in testa” una mia organizzazione ideale di scuola, con tempi, strutture, programmi e didattiche. Una proposta di scuola, che la rivista pedagogica dell’editrice GiuntiVita Scolastica, ha definito “la riforma Zavalloni”. Ed ecco i punti della mia proposta di riforma, che riguarda prevalentemente la cosiddetta “scuola dell’obbligo”.
GIOCO, PIÙ STUDIO, PIÙ LAVORO MANUALE: UGUALE SCUOLA - Nelle società moderne la quasi totalità delle scuole è centrata su alcuni cardini: l’apprendimento cognitivo, lostudio mnemonico, l’interrogazione-interrogatorio. Nella stragrande maggioranza dei casi l’apprendimento nelle nostre scuole è quindi faccenda di memoria e di logica. Ogni persona può esprimere innumerevoli linguag gi e intelligenze. Ci vengono in aiuto le riflessioni pedagogiche sui cento linguaggi di Loris Malaguzzi, quelle sulle intelligenze di Howard Gardner, le riflessioni di Edgard Morin, le esperienze didattiche di Mario Lodi e del Movimento di Cooperazione Educativa. Ma il mito del nostro tempo rimane l’intelligenzalogico-matematica, il cui funzionamento è noto e soprattutto controllabile da parte degli insegnanti attraverso le famose prove oggettive o le interrogazioni-interrogatorio. È così che la scuola è divenutaun obbligo da sopportare. La scuola, che non dovrebbe andare mai oltre un tempo della durata di 24 ore settimanali, potrebbe – invece – essere una giusta miscela di piacere, impegno ecompetenze.
Ritengo perciò che un qualsiasi apprendimento per essere significativo debba passare attraverso tre esperienze:
1. Il gioco (il piacere) che è lo strumento ideale per apprendere e rispettare le regole e per maturare nelle relazioni sociali;
2. Lo studio (l’impegno) che è prevalentemente loscrivere, illeggere e ilfar di conto, cioè le componenti culturali della simbolizzazione e della comunicazione;
3. Il lavoro manuale (le competenze) che è la maniera per educare il corpo all’uso di tutti i sensi e per imparare a vivere nel mondo con responsabilità. Tutti i giorni c’è da spazzare, pulire, preparare le merende o il pranzo, fare acquisti, accudire il cortile, coltivare l’orto scolastico. Perché non farlo con gli studenti stessi?
Il tempo scolastico dovrebbe essere quindi suddiviso in tre parti, un terzo da dedicare al gioco, un terzo allo studio, un terzo ai lavori manuali.
UNITARIETÀ DEL SAPERE E DEI TEMPI - Va da sé che un’organizzazione di 24 ore, suddivise in 8 ore di gioco, 8 ore di studio e 8 ore di lavori manuali, non può avere una suddivisione in orari rigidi, né una parcellizzazione del sapere in innumerevoli discipline con relativi programmi definiti nei minimi dettagli. Stiamo parlando di una scuola di base, per un’alfabetizzazione e un’istruzione che fino a poco tempo fa si definiva dell’obbligo. Una scuola che tutti i professori e i maestri d’Italia, con la loro preparazione e competenza, dovrebbero/potrebbero svolgere in maniera indistinta. È chiaro che qui può essere di grande aiuto quella ricerca fatta negli anni scorsi e che aveva portato a cercare di definire quali sono i “saperi minimi, di base, quelli essenziali”. Bisogna poi pensare a nuove strategie e modalità didattiche. La scuola italiana, ad esempio, ha dimostrato di fallire per quanto riguarda le lingue straniere, la musica o la pittura. Non ci vuol molto a capire che queste discipline “vanno sperimentate sul campo” e non apprese cognitivamente. “Chi ascolta dimentica, chi vede ricorda, chi fa impara”.
IL TEMPO DEGLI INSEGNANTI E LA GIUSTA RETRIBUZIONE - Preparare i materiali per le lezioni, correggere i compiti, aggiornarsi, documentare il lavoro didattico, redigere dei progetti, mantenere i contatti. Eppure l’opinione pubblica è convinta che maestri e professori lavorino 22 o 18 ore a settimana. L’orario settimanale (da svolgere nelle quasi totalità a scuola) dovrebbe essere di 30 ore la settimana, da suddividere in 16 d’insegnamento e 14 di tutto il resto. Con quest’orario verrebbero eliminate due grosse problematiche della scuola: le sostituzioni per supplenze (che a questo punto sarebbero praticamente tutte interne) e tutta la questione del cosiddetto “fondo d’istituto” che serve per le cosiddette “ore aggiuntive”. Vada sé che la retribuzione degli insegnanti dovrebbe essere aumentata. Inoltre una gran parte della “formazione iniziale” degli insegnanti dovrebbe svolgersi con “tirocinio pratico” nelle scuole stesse. Vorrei ricordare anche il fatto che diversi insegnanti si trovano a esercitare un lavoro a cui non sono portati e spesso, una volta di ruolo, non hanno il coraggio di tornare indietro. Forse sperimentare “il fare scuola” attraverso un tirocinio lungo (o come si fa in alcune realtà un “anno di volontariato”) potrebbe servire loro per chiarire se “fare il maestro” è davvero la giusta scelta professionale.
PICCOLE SCUOLE E PLURICLASSI PER LAVORARE MEGLIO - Questo tipo d’organizzazione presuppone una semplificazione nell’organizzazione scolastica. E questo è ancor più facilmente raggiungibile se le scuole saranno “tarate” su dimensioni minime e con una loro vera “autonomia”. Non quindi grandi numeri, grandi istituti, ma scuole di piccola e media dimensione, decentrate sul territorio. Si eviterebbero le spese di trasporto-spostamento-deportazione degli studenti che vivono nelle realtà più isolate (di montagna o di campagna). Per permettere questo dovremmo uscire dalla logica delle classi formate per anno scolastico. Possono cioè diventare “norma” quelle che un tempo erano le eccezioni, ovvero le cosiddettepluriclassi, che vedono al loro interno bambini di età verticali. In queste scuole non dovrebbe esistere il ruolo del “dirigente-manager” (come continuano tutti – dai sindacati al ministero – a sostenere) ma la funzione di coordinatori-direttori che abbiano anche metà del tempo dedicata all’insegnamento. Un modello tuttora presente in molti paesi europei.
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Come mamma avrò già commesso mille mila errori, mi ritengo la prima imperfetta del sistema... però credo anche che sia la società che la scuola vogliano bambini "fotocopia" e non sappiano accettare i tempi diversi di ognuno di loro. L'ho visto accadere in prima persona, ed è di una tristezza allucinante. Se un bimbo non rientra in determinati schemi e non raggiunge determinate tappe di sviluppo/apprendimento nei tempi scritti su un cavolo di libro scatta il problema. scattano parolone come neuropsichiatra, foniatra, logopedista e via dicendo. I primi ad avere paura siamo noi genitori.... figuriamoci cosa provano i nostri bambini!
UNA SOLA NOTA PER LA SCUOLA SECONDARIA DI II GRADO - Quanti ragazzi soffrono (e fanno soffrire i docenti!) negli anni delle “superiori”. Perché non pensare a un “bonus” di anni-scuolada poter far spendere, ai ragazzi che vogliono “abbandonare” la scuola, in un periodo successivo. Ragazzi che a 17 anni odiano la scuola poi si ritrovano a 24-25 anni con la voglia e il “desiderio di scuola”. Perché non offrire loro la possibilità di potersi, a quel punto, rigiocare la carta della scuola?
IL LAVORO A SCUOLA: UNA MISSIONE - Una scuola così concepita è una scuola che non può che avere insegnanti molto motivati. Quelli che sia Vittorino Andreoli, sia Edgar Morin, sia don Lorenzo Milani definiscono “insegnanti per missione”. Un buon insegnante, consapevole di non essere onnipotente, sa – in quella determinata condizione – anche da chi farsi aiutare, senza per questo abdicare ad altri il proprio ruolo. Un ruolo che è sempre, anche senza volerlo, sia istruttivo che educativo. Forse dovremmo anche noi farci aiutare da chi la scuola l’ha fatta anche “pensandola”. Mi riferisco in questo momento a figure come Maria Montessori, Alberto Manzi, Maria Maltoni e la scuola di San Gersolè, al maestro Mario Lodi, alla scuola di Barbiana, a Margherita Zoebli e il suo Centro educativo italo-svizzero. Aggiungerei, infine, l’esperienza di Baden Powell, fondatore dello scoutismo, a cui devo buona parte della mia formazione.l'amplesso scolastico
PAROLE FRAINTESE - Usiamo (ammettiamolo) un linguaggio per iniziati. Non c’è maniera più efficace per tenere distante o allontanare qualcuno da una realtà. Un esempio molto eloquente. Sono a tavola con amici, fra cui un operaio, un padre di famiglia, i cui figli frequentano la scuola materna ed elementare di un piccolo borgo del comune in cui abito. Argomento: la nuova scuola elementare che deve soddisfare il bisogno scolastico di due frazioni confinanti e che appartengono a due comuni vicini. L’amico ci racconta di essere stato all’incontro che i due sindaci (dei due comuni limitrofi) hanno voluto con la popolazione locale. Molto saggiamente i due hanno fatto una proposta unitaria, che è anche l’impegno vero e proprio di costruire in un futuro prossimo la nuova scuola. Soddisfatto l’amico esordisce rivolto a noi: “State tranquilli, sono andato alla riunione a scuola, e i due sindaci hanno promesso e deciso che l’amplesso scolasticosi farà su una zona verde, a confine fra i due comuni!”.
Un genitore, invece, dovendo trasferire il proprio figlio dalla nostra a un’altra scuola, mi ha fermato sul cancello d’entrata della presidenza e parlandomi della questione, mi ha riferito che l’ula-op (che in realtà sarebbe il nulla-osta) lo dovevamo rilasciare noi e non la scuola dove il bambino si sarebbe dovuto trasferire.
E poi c’è anche chi, riferendosi all’assemblea degli insegnanti, l’ha definita in maniera molto seria “il collegio indecenti”. A dire il vero qualche indecenza a volte c’è! Ma io ritengo che ci sia anche dell’altro: ci siamo mai preoccupati e abbiamo mai spiegato ai genitori, che si avvicinano la prima volta alla scuola, cosa sono gli organi collegiali oppure che cos’è l’organico di diritto o l’organico di fatto? Per i genitori che lavorano i campi e che sono agricoltori, è sicuramente qualcosa che si riferisce alla concimazione (c’è il concime chimico o quello “organico”). Per qualcuno invecel’organico funzionale di circoloè una malattia infettiva trasmessa nelle ore di funzionamento del circolo ricreativo.
SIGLE, ACROSTICI E SISTEMI PER NON FAR CAPIRE - Chi lavora nella scuola, usa un linguaggio difficile, per addetti, e ciò è all’origine di molti malintesi o fraintendimenti, soprattutto con coloro che non hanno a che fare quotidianamente con la scuola. Spesso è un linguaggio che abbonda di sigle o acrostici: cioè parole che di per sé hanno un significato preciso. Ma ogni lettera è l’inizio di una parola che, una dopo l’altra, formano complessivamente una frase che a sua volta, nel nostro caso, serve a definire un’area d’interesse, un argomento, una ricerca. Ho constatato che l’uso di acrostici come sigle è direttamente proporzionale all’allontanamento dal lavoro diretto coi bambini o con i ragazzi. Insomma sono specialisti di questi soprattutto gli ispettori o i dirigenti ministeriali. Negli ultimi anni ne sono stati coniati decine: due fra i più famosi sono ORME e Alice. Plesso scolastico, nulla-osta, organico di diritto, POF, RSU, ATA, Pecup, OSA, Carta dei servizi, sono alcune delle parole più comunemente usate nella scuola. Potremmo andare anche a scovarne di più moderne. Quelle che ad esempio vanno di moda dopo il famigerato corso per dirigenti scolastici: l’interfaccia, lamission, il monitoraggio, ilfeedback, l’utenza, l’input, iltarget, lafunzione obiettivo, iltutor, leore aggiuntive… e siamo soltanto fra quelle più comunemente usate.
Ho l’impressione che il nostro linguaggio scolastico sia spesso un “parlare a vampera” – come diceva anni fa una bidella –eche forse sarebbe meglio “parlare come si mangia”. In altre parole vuol dire “eliminare ogni parola che non usiamo parlando”, una delle raccomandazioni che don Milani faceva a proposito dello scrivere. Senza ovviamente fare come quella cuoca che, memore della buone pietanze offerte ai genitori nella festa finale dell’anno precedente, propose di “supplicare” (anziché replicare).
Dovremmo rendere più facile e semplificato il linguaggio che usiamo nel rivolgerci alle famiglie, a partire dalle comunicazioni e dalle lettere di convocazione inviate a casa ai genitori tramite i ragazzi. Per non parlare poi, delle comunicazioni ai genitori stranieri che non solo hanno una lingua madre diversa dalla nostra, ma anche abitudini, consuetudini e scale di valori diverse dalle nostre.
C' è da considerare i blocchi dei docenti con il proprio corpo “Corpo desiderato, corpo rifiutato”. Quando c' è disarmonia gli alunni diventano intolleranti e tendono a creare dinamiche di cambiamento, in queste circostanze occorrerebbe più umiltà e flessibilità se l' educatore riuscisse a nonfarsi deridere ma a sorridere e alleggerire le proprie goffaggini e prendersi le risate degli altri, non in maniera dispregiativa, ma come a creare una sorta di complicità; “ridere con te, non di te” .
E’ infatti proprio il corpo lo specchio più fedele delle nostre profondità. E’ da due corpi che veniamo generati, è in un corpo che le nostre prime cellule si assemblano in un nuovo corpicino, è attraverso i nostri corpi che prima di tutto entriamo in relazione fin da quando nasciamo. Un corpo però per crescere ha bisogno di essere visto, esplorato, visitato… Come? Attraverso i bisogni, attraverso il contatto, attraverso lo sguardo. Solo così un corpo cresce, prende forma, può esprimersi, vive. Ma un accompagnatore per far ciò deve lui per primo sentirsi e viversi il proprio corpo e quindi a sua volta dev’essere stato accompagnato a far questo. Quando questo per qualche motivo non avviene quello che accade è che piuttosto che vedere gli altri per quello che unicamente sono si finisce per vederli solo per quello che serve a noi. E così per esempio in un corpo da uomo incoraggiamo la crescita di una sensibilità femminile e in un corpo da donna incoraggiamo la crescita di una personalità maschile. Ma poiché la vita e la natura chiamano e a voce alta rivendicano la bonifica di queste aree paludose il disagio ci dà la possibilità, se osiamo, di invertire la rotta e di tornare alla nostra specificità di corpi, spiriti e talenti.
Il 15 MARZO -GIORNATA mondiale DELLA LENTEZZA nel comune di Cinisello Balsamo (MI)
“Rallentare quando possiamo.
Correre quando dobbiamo”
http://www.vivereconlentezza.it
Ecco alcune fonti bibliografiche dei concetti espressi
Vivere con lentezza. Piccole azioni per grandi cambiamenti.
Contigiani Bruno - Orme Editori c/o Vivalibri 2009
"Vivere con lentezza" è un serio e giocoso invito a prendersi i propri tempi a
discapito della frenesia di oggi, a cui tutti sembrano adeguarsi. Sono piccole
azioni per grandi cambiamenti, che permettono di vedere un mondo
percepibile solo al ralenti.
Chi va piano Contigiani Bruno – Rizzoli (Saggi Italiani) 2009
Esiste ancora la "famiglia di una volta"? Sì, ma il divorzio, la convivenza, le
relazioni omosessuali, i rapporti d'amore senza convivenza, la rivoluzione dei
ruoli di mamma e papa hanno creato tante famiglie diverse. Come affrontare
allora questo nuovo scenario, come aiutare i nostri figli a comprenderlo,
come insegnare a noi stessi a coltivarlo? Con un libro saggiamente allegro
Bruno Contigiani ci spiega che il buon senso non va d'accordo con la
fermezza e che l'amore per se stessi è l'esatto contrario dell'egoismo. "Amare
con lentezza" è un manuale di auto-aiuto unico nel suo genere, un continuo
invito ad apprezzare le gioie della nostra nuova normalità. La domanda che
rivolge a tutti noi è molto semplice: sei certo che le cose che ti tormentano
siano davvero dei problemi?



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